Consumo dell'acqua e impronta idrica

Consumo dell'acqua e impronta idrica

Consumo dell'acqua e impronta idrica

Maria Parenti Ambiente

Consumo dell'acqua e impronta idrica

Maria Parenti Ambiente

Maria Parenti Ambiente

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Dopo un'estate particolarmente torrida e la conseguente siccità, si è tornati a parlare di impronta idrica: ma di cosa si tratta esattamente?

Come l'impronta ecologica misura la quantità di risorse usate per la produzione di prodotti e servizi per una determinata popolazione, l'impronta idrica rileva la quantità d'acqua usata per produrre gli stessi beni e servizi, sia in modo diretto che indiretto, e può essere misurata in m3 (metri cubi) per tonnellate di produzione (o per ettaro di coltivazione) o, addirittura, in litri per singola unità di bene prodotto. Inoltre, si divide in green water used (acqua piovana utilizzata), blue water used (acqua dolce presente nelle falde) e grey water used (acqua usata per diluire la concentrazione d'inquinanti derivanti dalle lavorazioni industriali e/o agricole). L'acqua infatti è consumata praticamente in tutti i processi di produzione, dagli alimenti che mangiamo ai vestiti che indossiamo, senza contare gli usi quotidiani, dall'igiene personale all'irrigazione del proprio giardino e questo comporta spesso uno spreco eccessivo del quale neanche ci rendiamo conto.

Acqua fruibile

Sebbene ricopra quasi 3/4 della superficie terrestre, è opportuno ricordare che solo il 2,5% del totale è rappresentato da acqua dolce, spesso neanche immediatamente fruibile in quanto immagazzinata nei ghiacciai; inoltre una gran parte dei fiumi e dei laghi risulta fortemente inquinata da scarichi fognari o metalli pesanti dovuti alle lavorazioni industriali, soprattutto nei paesi nei quali la legislazione è carente in termini di protezione ambientale.

Per questo motivo la scarsità d'acqua è un tema che preoccupa fortemente governi e associazioni ambientaliste: da una parte gli effetti del cambiamento climatico sembrano già aver portato a una minore quantità di precipitazioni, in alcune zone del mondo sempre meno frequenti, ma sempre più intense e quindi pericolose, dall'altra l'aumento smisurato della popolazione (e quindi dei consumi e dell'inquinamento) avvenuto negli ultimi 50'anni ha avuto come conseguenza una pressione eccessiva sulle falde.

Conosciamo già i consigli più noti per evitare sprechi inutili: chiudere il rubinetto quando ci laviamo i denti, fare la doccia e non il bagno, far partire la lavatrice e la lavastoviglie solo a pieno carico, ..

Siamo sicuri che sia tutto quello che possiamo fare?

Alcuni siti, ad es. waterfoootprint.org, ci permettono di conoscere l'impronta idrica dei prodotti che consumiamo, aiutandoci a fare la nostra parte nella lotta contro lo sperpero di questa importante risorsa: un esempio su tutti, ormai celebre, è quello dei 10.000/15.000 litri d'acqua necessari per la produzione di un kg di carne, dato che somma sia la quantità d'acqua necessaria per produrre il mangime per il bovino, sia quella consumata da esso durante la sua vita e del quale abbiamo già parlato in un precedente articolo.

Mentre il consumo di questo prezioso liquido è evidente negli alimenti, più nascosto è quello nei vestiti: per un kg di cotone ne servono 11.000 litri, ancora di più, quasi 16.000, per un kg di pelle. Pressioni inoltre devono essere fatte dai cittadini sulle istituzioni in modo che esse si facciano carico della mala gestione di questa risorsa, dagli acquedotti ridotti a colabrodi all'uso eccessivo di colture idroesigenti, come il mais dolce.

In un mondo nel quale quasi 1 miliardo di persone non hanno accesso quotidiano all'acqua potabile, siamo convinti di poter continuare ad ignorare l'impatto che le nostre azioni e i nostri consumi hanno sull'oro blu?

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